Perdonismo, ovvero il razzismo peggiore
ROMA (12 gennaio) - Rosarno, provincia di Reggio Calabria. Treviso, ricco e florido Triveneto. In entrambi questi luoghi, così lontani per geografia e cultura, c’è la sofferenza dei cittadini italiani aggrediti da stranieri. Cittadini che si sentono dare dei “razzisti” anche quando non lo sono né si sognano di esserlo. Perché il nostro conformismo mentale è così forte che, dopo anni in cui si accetta senza batter ciglio la schiavitù nei campi del Sud, quando gli schiavi si ribellano diventa vietato protestare se uno straniero ti bastona, ti aggredisce, ti rende impossibile girare per il tuo paese.
E se di Rosarno parlano tutti, di Treviso quasi nessuno. Come se fossero fatti privati, quelli che sono accaduti a due sorelle albanesi e un italiano. La sera di Capodanno, mentre festeggiavano con amici, sono stati aggrediti e bastonati da una banda di albanesi che urlavano frasi come “infedeli e prostitute, se foste mie figlie vi avrei già uccise!”; poi, rivolti al ragazzo, “avremo presto la resa dei conti, uno di noi è di troppo sulla terra”. La ragione? Il “tradimento” delle due ragazze, giunte in Italia da piccole e quindi integrate, libere e per giunta cattoliche. Quando minaccia, certa gente non scherza. Due giorni dopo, il ragazzo è stato colpito a sangue mentre dormiva nel suo letto.
Oggi la situazione è la seguente. A Rosarno ci sono senz’altro i violenti e forse anche i razzisti, ma come sempre le colpe di pochi infangano tutti. I rosarnesi sono costretti a scendere in piazza per respingere l’offesa di essere un paese xenofobo. Il Veneto, poi, è ritenuto in blocco territorio di beceri intolleranti. Figuriamoci! La regione feudo leghista dove comandano i sindaci-sceriffi, dove allo stadio si fischia Balotelli… Tutte buone ragioni perché tre ragazzi aggrediti (in casa loro e in quanto cattolici) non facciano notizia. Un po’ come non fanno notizia i clan musulmani che in varie parti d’Italia imprigionano le donne in gabbie di divieti medievali.
L’abbaglio collettivo sembra inarrestabile. Il perdonismo verso lo straniero violento, verso il musulmano integralista, verso le bande che arrivano a dominare il territorio che li ospita, è un errore due volte. Non solo perché alimenta la diffidenza e l’esasperazione degli italiani, soprattutto dei ceti popolari che più spesso si trovano a contatto con queste realtà. Ma anche perché penalizza i tantissimi stranieri perbene ed anche i nuovi italiani, cioè coloro che nel nostro paese hanno costruito la propria vita e quella dei loro figli.
Dietro questo abbaglio non c’è solo superficialità e conformismo. C’è anche una forma subdola di razzismo. Già, perché c’è il razzismo che conosciamo, brutale e plateale, fatto di uno sbrigativo senso di superiorità verso gli sfruttati, i senza diritti e in genere tutti i derelitti. Il colore della pelle, in questo tipo di razzismo esplicito, spesso c’entra poco. Infierire sui vinti è un vizio antico. Figuriamoci sui “fantasmi”, cioè su coloro che tutti fingono di non vedere: chi ne utilizza la manodopera per raccogliere frutta, chi la vende a buon prezzo, chi la compra a poco prezzo…
Ma se questo è il razzismo evidente e dichiarato, poi ce n’è un altro molto più sottile. E’ un razzismo da salotto, infarcito di bei discorsi, che cerca di apparire come il suo contrario: si traveste da solidarismo. E’ il razzismo di chi giustifica sempre tutto per motivi etnici o pietistici. “Sono le loro tradizioni”, e magari parliamo di segregazione, violenze domestiche o infibulazione. “E’ la ribellione degli sfruttati”, e magari parliamo di bande che mettono a ferro e fuoco una città o aggrediscono inermi cittadini in casa loro.
Questo secondo razzismo, ipocrita ed elitario, è il lusso di chi preferisce le belle parole alla realtà. E’ un razzismo sulla pelle della gente comune e degli stranieri onesti. E’ un razzismo meno visibile ma più pericoloso del primo.