Sanremo, "Giovinezza" e... "Bella ciao"

Pubblicato il da Andrea Di Nicola

di Pietro Cappellari

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Il 3 novembre scorso, sono rimasto sorpreso dall’ascoltare alla televisione l’inno Giovinezza, mandato a tutto spiano dal TG5. Sulle prime, ho pensato a una clamorosa azione delle rinate Squadre d’Azione Mussolini – tipo Monte Mario 1946 – poi, mi sono ricreduto. Si parlava di Sanremo e della “scandalosa” proposta di far eseguire, al fianco dello strombazzato Bella Ciao, l’inno del Partito Fascista.

Il TG5, credendo di fare opera bi-partisan, dopo un’intervista al Presidente Nazionale dell’ANPI, ha riportato anche le dichiarazioni dello stimato storico Giordano Bruno Guerri. Non entriamo nel merito di quanto sostenuto dai due. Non ci interessa. Tuttavia, sarebbe stato molto più corretto – se si voleva dare davvero una visione bi-partisan – intervistare non Guerri, ma il Comandante Ajmone Finestra, Presidente Nazionale dell’UNCRSI, voce autorevole e stimata. Ma, certamente, si sarebbe andati “oltre” le necessità di protocollo. E ci siamo dovuti “accontentare” della messa in onda di Giovinezza, purtroppo accompagnata da grossolane immagini, tipo quelle che vengono caricate su youtube dai ragazzini che giocano a fare i fascisti.

La cosa, comunque, ha destato le ire della sinistra più o meno democratica. Parole di condanna, accuse di “revisionismo strisciante” (?) e, come al solito, promesse di esposti alla Procura della Repubblica per “apologia di fascismo”…

Neanche questo, tuttavia, ci interessa. Vogliamo soltanto dire la nostra, cosa che in questo Stato democratico non è sempre possibile, visti i veti dei “signori” succitati e le “sensibilità” delle masse allineate al politicamente corretto.

Giovinezza, checché ne dica la sinistra antifascista e anti-italiana, fu un canto nazionale. Non solo perché equiparato alla Marcia Reale e, quindi, elevato a inno del Regno d’Italia, ma perché percorse una parte importante della storia della nostra Patria, dalla Prima Guerra Mondiale fino agli ultimi giorni della Repubblica Sociale Italiana.

Fu un canto nazionale perché venne cantato da milioni e milioni di Italiani, anche da tutti coloro che, dopo il 25 luglio 1943, si “scoprirono” antifascisti e, dopo l’8 settembre ‘43 – se non in prossimità della fine della guerra! – scelsero di diventare partigiani. Non è questo il luogo per fare un lungo, quanto triste, elenco. Ci basti ricordare tale Boldrini che, durante il fascismo, era stato un Ufficiale delle Camicie Nere e, oggi, è ricordato per essere stato, per 60 anni, il Presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, nonché uno degli esponenti di punta del Partito Comunista Italiano.

Ecco perché, bella o brutta che sia, giudizio sul Fascismo a parte, Giovinezza fu un canto nazionale del popolo italiano.

Bella Ciao, ci dispiace, non si presenta con le stesse caratteristiche. Prima di tutto perché dipinta come un canto partigiano, cioè “di parte”. Già ciò è in contrasto con la definizione tipica di “nazionale”, che dovrebbe “abbracciare”, anziché “separare”. Almeno di non voler credere al mito del “popolo in armi” che una “mattina si era svegliato” – dopo un letargo ventennale? – con tutto quello che ne seguì.

Bella Ciao, così come ci viene presentata, non è un canto nazionale anche per un fatto non secondario: fu davvero il canto dei partigiani?

Non crediamo affatto. Prima di tutto, la guerriglia in Italia fu un movimento eterogeneo, diviso e frammentato, condizionato nei suoi sviluppi da fattori di tempo e di luogo. Ci si vuol far credere che bande che neanche si conoscevano – o che si conoscevano talmente bene da spararsi tra loro – avessero un inno comune? Un inno così apolitico? Fantasie.

Ricordo quando Vittorio Messori denunciò il fatto che Bella Ciao “uscì fuori” solo dopo il 1948 – cioè, tre anni dopo la fine della guerra? – quando i comunisti italiani tornarono dal congresso di Praga dei “partigiani della pace”, quella di Stalin, naturalmente. La canzone, che si prestava a diverse speculazioni, fu inserita come “canto dell’eroismo partigiano” durante il fantasioso lavoro di costruzione del mito della Resistenza.

Oggi, si insiste sul fatto che qualcuno, durante la guerriglia, la cantava. Sì, nella zona di Montefiorino e, magari, in qualche altra contrada dell’Emilia… Bella diffusione per un canto nazionale…

Poi, la storia prese strade “diverse”.  Solo negli anni ’60 – dopo venti anni dalla fine della guerra – Bella Ciao assunse una diffusione di massa, grazie agli agit-prop del PCI che fomentavano le sommosse di piazza e gli scioperi operai che, all’epoca, andavano molto di moda. Quindi, diciamola tutta. Bella Ciao non è il canto dei partigiani – ben pochi l’hanno cantata o ascoltata durante la guerriglia – ma è il canto del “mito della Resistenza”, un canto comunista di massa se vogliamo, ma nulla di più.

Tutto qui.

Apprendiamo con ironia che né Giovinezza, né Bella Ciao saranno cantate durante il prossimo Festival di Sanremo. Decisione “giusta”, viste le concomitanti celebrazioni del CL Anniversario dell’Unità d’Italia. Così non si “disturba” nessuno. L’Italia di oggi, del resto, non è quella di Giovinezza (della prima metà del secolo), né quella di Bella Ciao (degli anni ’60). A Sanremo canteremo tutti insieme La terra dei cachi di Elio e le Storie Tese, quale inno migliore per questa nostra bell’Italia?

Più democratico di così…

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A
<br /> Siamo alle solite. Mi riferisco alla polemica sulle due canzoni che dovevano essere suonate al festival di S. Remo. Vi è da osservare che il tentativo di far conoscere un periodo della storia<br /> d'Italia attraverso le due canzoni in oggetto è maldestro, confusionario ed ambiguo. A "Bella ciao" (fatte salve le precisazioni storiche di Cappellari) ormai considerata la canzone dei partigiani,<br /> bisognava contrapporre (cioè far conoscere) un'altra canzone dello stesso periodo (1943-1945) cantata dagli altri come ad esempio "Camerata Richard". "Giovinezza" invece è stata cantata in epoca<br /> precedente da tutti, salvo poi ad essere ripudiata da alcuni.<br /> Non si possono mettere sullo stesso piano e confrontare cose diverse. L'abilità - o l'ignoranza (degli altri) - specula su queste commistioni.<br /> <br /> <br />
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